venerdì 1 agosto 2008

meno male che c'è ShinyStat #3

Un anno fa cominciai, con un paio di post, a cercare di capire chi fossero i malcapitati che accedevano al mio blog facendo riferimento alle chiavi di ricerca fornite da ShinyStat. Dopo un bel po' di tempo, ripeto l'analisi (non ho niente da fare, lo so..) continuando proprio da dove avevo lasciato. Questa volta, grazie a qualche spunto, ho tentato di dividere gli utenti per categorie. Metti caso che c'ho azzeccato.

demenziali

  • vado al bagno - dicembre 2007
  • fruttivendoli a marigliano - febbraio 2008
  • vacanza del cazzo - febbraio 2008
  • giorgia palmas capezzoli - marzo 2008
  • andare al bagno wikipedia - aprile 2008
  • etichette spiritose da mettere sulle bottiglie - aprile 2008
  • culo aperto da compagni di scuola - maggio 2008
  • foto con denti neri - maggio 2008
  • giorgia palmas strabismo di venere - giugno 2008
  • ho solo due incisivi inferiori e non quattro - giugno 2008
  • dormire a culo aperto - luglio 2008
  • immagini per insultare esaminatori guida - luglio 2008


  • inquietanti
  • creare una piccola bomba - luglio 2008


  • grandi interrogativi
  • quando fanno il piccolo lord - novembre 2007
  • come devo firmare? - febbraio 2008
  • dove abita Biagio Antonacci - febbraio 2008
  • la stratigrafia fa male? - febbraio 2008
  • quando uno è un piccolo lord - febbraio 2008
  • come fare la crema come i pasticcieri - marzo 2008
  • qual è il castello del piccolo lord - marzo 2008
  • cosa significa melodramma - aprile 2008
  • dove abita Eros Ramazzotti - aprile 2008
  • Paolo Bonolis abita in via - aprile 2008
  • quando saranno pubblicati i risultati degli esami di avvocato 2007 - aprile 2008
  • in che anni il piccolo lord? - maggio 2008
  • la via dove abita Antonello Venditti a Roma - maggio 2008
  • vacanze dal 15 agosto al 24 agosto dove vado? - maggio 2008
  • che pigiama mettersi in Irlanda in luglio? - luglio 2008
  • che tempo fa a Waterford a luglio? - luglio 2008
  • perchè il gatto è il migliore amico dell'uomo? - luglio 2008
  • Waterford 23 luglio 6 agosto chi parte? - luglio 2008
  • quale' il cibo piu' velenoso? - luglio 2008


  • tormentati
  • qualcosa in sospeso - dicembre 2007
  • sotto a quelli stracci lei nasconde un anima - gennaio 2008
  • mi ha preso per il culo - febbraio 2008
  • sono scoppiato a piangere - aprile 2008
  • lettera di addio allo stronzo del mio raga - luglio 2008
  • mi avete insegnato a non fidarmi - luglio 2008
  • fanculo sono stufo vado a vivere all'estero - luglio 2008


  • blasfemi
  • gesu pirla - dicembre 2007
  • madonna erotica - aprile 2008
  • erotica madonna - aprile 2008
  • il vecchio dio è morto - giugno 2008


  • pruriginosi
  • tutto sui cazzi - gennaio 2008
  • raccontami la prima esperienza anale - marzo 2008
  • torture piacevoli - aprile 2008
  • ninfomani a rovereto - maggio 2008
  • amico negrone - giugno 2008
  • sensazione di fastidio - giugno 2008
  • sotto le gonne delle passanti - luglio 2008


  • sconci
  • belli cazzi - dicembre 2007
  • puttana che fa sesso a volonta - dicembre 2007
  • sto a rota devo chiavà - dicembre 2007
  • cazzi piccoli di vecchi - gennaio 2008
  • cazzi più piccoli - gennaio 2008
  • plagiare una donna sessualmente - giugno 2008
  • piccolo lord pedofilo - luglio 2008
  • negre che fanno l'amore con neri - luglio 2008
  • zoccole che fanno l'amore sotto le coperte - luglio 2008


  • leghisti
  • infrociarsi - gennaio 2008
  • stomachevoli - gennaio 2008


  • berlusconiani
  • nessuno dice la verità - aprile 2008
  • chi mi credo di essere - maggio 2008
  • il male - luglio 2008
  • venerdì 18 luglio 2008

    Delirio in tre atti (ovvero: voglio farmi compatire)


    giovedì 17 luglio 2008, ore 21.00. Non è vero che non credo nell’amore. Ci credo fin troppo. Cerco di ritrarmi come l’ultimo romantico rimasto sulla faccia della Terra, così da sentirmi diverso dagli altri che vanno dietro a qualunque ragazza. Canto l’amore, le notti passate ad abbracciare un cuscino, la maglietta fina al punto che ed altri stracazzi vari pur di convincermi che ‘Oh quanto sono romantico ad essere sempre innamorato di quella gnocca stronza che neanche mi caga’, quando invece sono come tutti gli altri comuni mortali che passano da una cotta all’altra ogni due per tre dimenticandosi di tutto in fretta così come in fretta tutto nasce. Ed io, però, non sono capace neanche di provarci, con le ragazze. Rimango lì, fesso, a contemplare senza che da me scompaia quell’espressione inerte come un tagliacarte che sta lì a pentirsi di stare al mondo. L’unica cosa che dopo mi riesce bene è quella di dirmi ‘Oh ma quanto sono romantico ché rimango a contemplare’. Magari mi convinco pure, fesso, che sono pure intelligente ché ‘io mica faccio come gli altri che rincorrono i dettami della società?! Io mi accontento delle emozioni che gli altri mi danno, senza cercarle’. E invece, sciocco, io non so cercare le emozioni, non so agire, non so prendere iniziativa. So solo guardarmi indietro e piangere di ciò che non è stato.

    venerdì 18 luglio 2008, ore 12.25. Il rapporto con gli altri, una spada di Damocle che pende sul mio collo. Un continuo pendolo tra conformismo e indipendenza. “Devi essere come gli altri” “Devi fare come fanno gli altri” sono le frasi che mi sono sentito ripetere in modo martellante da mia madre. Al punto che, avendo capito l’antifona, per giustificare qualsiasi cosa sono diventato io quello che dice di fare come tutti gli altri. Che poi a mia madre interessa solo togliersi il dubbio se il mio orientamento sessuale sia conforme a quello degli altri o, appunto, diverso. Non lo ha mai detto esplicitamente, forse perché quelle parole sono per lei impronunciabili: eppure dentro di lei cova quel dubbio che potrebbe essere fugato solo se un giorno mi presentassi a casa con una ragazza e dicendo “toh questa è la mia ragazza”. Addirittura cerca di affrettare i tempi, oppure non saprei, cerca di convincersi che frequento qualcuna: e allora ecco che se nomino il nome di una ragazza più di due volte in una settimana scattano subito assillanti allusioni ben poco sopportabili. Eppure in fondo accetto meglio le allusioni ogni due per tre, e sopporto anche l’umiliante condizione di essere fonte di un atroce dubbio da parte di chi disprezza gli omosessuali o quantomeno farebbe volentieri a meno di un figlio tale, forse perché sono troppo orgoglioso per fare la figura del fesso che è rimasto impantanato in una non-storia di tredici anni.

    venerdì 18 luglio 2008, ore 19.45. Se avessi libertà di azione, farei continuamente la spola tra lo studio di uno psicanalista e quello di un medico specialista che si occupa della malattia di turno che immagino di avere. A ben pensarci lo psicanalista adempierebbe ad entrambe le questioni, ma tant’è , il mio essere nevrotico va di pari passo con la mia ipocondria. Non so se lo faccio apposta, non so se davvero invento sintomi e malori. Non saprei rimarcare la linea di confine tra realtà e immaginazione. Mi ritrovo persino steso sul letto, di notte, ad immaginare improbabili scene apocalittiche da ultimo giorno di vita dove io sto in un ospedale ad aspettare un’operazione chirurgica che non andrà a buon fine. Quasi come se cercassi un pretesto per farmi compatire. Come se, di pretesti, non ce ne fossero già abbastanza. Accarezzo ogni tanto il desiderio di far vibrare il filo della mia vita fino a tal punto da farlo spezzare, ma in realtà non faccio che muovermi disperatamente nella direzione opposta, temendo ogni malore e costruendoci sopra una trama fatta di patologie più o meno gravi. Più o meno compassionevoli. Mi comporto in due modi diversi anche quando snocciolo il mio rapporto con le persone: studio la società nelle sue sfaccettature, cerco di comprenderla, di capirla, di prevederla, ho una curiosità pazzesca di fare ciò. O forse non è altro che un bisogno. Perché io, fondamentalmente, tra le persone non ci so stare: mi prende un panico terribile (o me lo invento, chi lo sa) e scapperei immediatamente dalla folla. E lo faccio pure, ogni tanto, quando non ho a chi dar conto. Scruto la società ma in fondo è come se volessi stare un po’ più un alto, per riuscire a controllare la situazione. Più in alto, più in là, isolato, tranquillamente solitario.

    sabato 12 luglio 2008

    ...

    Potrei parlare dei pantaloni ascellari che Follini indossava domenica scorsa, oppure di come ieri stessi implodendo dalla gioia nel ritrovarmi il professore S.P. nella sede regionale del piddì. Magari potrei parlare anche della storia d’amore sbocciata tra il cane di Cristina e i miei jeans. Invece no. Non ho nulla da annotarmi, nulla da cui la mia mente bacata da melodrammatico incorreggibile possa essere colpita.
    Rimango semplicemente chiuso tra le quattro mura che mi dividono dal mondo là fuori, in attesa che qualcosa accada, senza riuscire a fare nulla perchè accada davvero.

    lunedì 30 giugno 2008

    arrivederci o addio

    Possono le labbra di una persona ricordarti quanti momenti belli hai vissuto con un’altra, nonostante tutto?
    Ti ritrovi a contemplare quelle labbra per ore, di sera, nel parco e ti sembra possibile che sì, che quei vecchi cocci li puoi ancora incollare, che potresti ancora farlo.
    Ma poi ti dici che sei un matto a pensare a quei vecchi stramaledetti cocci, quando i tuoi occhi e l’universo intero sembrano gravitare intorno a quelle labbra. E quel sorriso, quelle parole, quegli occhi e quelle movenze ti sembrano così familiari che sì, che forse la tua è solo una suggestione. Quelle labbra non sono quelle di cui ti ostini a pensare, né tantomeno quegli occhi non sono di quell’altra a cui sei andato dietro per mesi pur di illuderti e dimenticare.
    E allora perché del parco, della festa, del tango non te ne frega niente?
    E perché se il giorno dopo ti ritrovi steso sul lettino della sala prelievi e ti dicono che sei appena svenuto, a te sembra di essere sempre stato cosciente e di aver continuato a pensare a quelle labbra?

    E siamo noi che andiamo via
    che ci diciamo ciao
    e non sappiamo poi se sia
    arrivederci o addio...

    (Arrivederci o addio, Claudio Baglioni)

    giovedì 22 maggio 2008

    amico negro

    Ero sul tram, stamattina. Stavo raggiungendo la stazione per tornare a casa. In piedi, stavo pensando a qualche scemenza che mi frullava in quel momento per la testa. Mi accorgo, dopo un po', che di fronte a me c'è un uomo, seduto affianco alla porta del tram, con la testa sostenuta dalla mano. E' leggermente voltato verso destra, dove c'è la porta. Mi accorgo di lui perchè, alla sua sinistra, seduta nel posto affianco al suo, c'è una donna che lo guarda insistentemente. Vestita con un'appariscente abito blu, cerca di allontanarsi quanto più possibile da quell'uomo, borbottando qualche parola che non riesco a sentire. Crea quasi una barriera con la sua borsa e qualche sua busta, ma poi le stringe a sé, come ad evitare un contagio. L'uomo sembra essere indifferente, come se affianco a lui non ci fosse una donna che lo evita palesemente come fosse una merda da evitare quando si è sul marciapiede. Il tram effettua una fermata. Si libera un posto poco più in là: la signora si alza di scatto, prende le sue cose e, continuando a guardarlo con aria schifata, bofonchia ad alta voce qualcosa in napoletano e velocemente va ad occupare il posto che si era liberato. Non capisco cosa dice, ma non mi è difficile immaginarlo. Ecco la cultura del diverso, -penso- ecco gli effetti di chi crea pregiudizi e discriminazione, ecco cos'è davvero il razzismo e la paura per lo straniero. Basta che il colore della pelle sia più scuro ed ecco, sei la feccia della feccia.
    Osservo la scena in silenzio, cercando di prendermela con la signora e tentando di dire qualcosa di conforto: l'unica cosa che riesco a fare, però, è quella di restare ammutolito, come impotente. L'uomo si gira e, raddrizzandosi, comincia a parlare. Scuote leggermente la testa, pronunciando parole che dapprima mi sembrano italiane. Capisco subito dopo che sta parlando nella sua lingua e, sebbene sembri rivolgersi a qualcuno, in realtà sta parlando da solo. Cerca di sfogarsi. Ovviamente non so cosa dica. Non sembra avercela con la signora. Comincio a provare vergogna, perchè penso che forse ce l'ha con noi altri che non abbiamo detto una parola. Egoisticamente mi senti quasi sollevato quando capisco che non ce l'ha nemmeno con noi. E' questione di attimi, e la signora in blu si alza nuovamente per scendere alla fermata successiva: nell'avvicinarsi alla porta del tram passa davanti all'uomo e ancora palesemente lo evita. Scende, la signora, mentre l'uomo sembra ripetere due o tre volte la stessa frase. Scuote ancora la testa, lievemente. Ha gli occhi che guardano in basso, come nel vuoto. Gli diventano lucidi. E' evidentemente a disagio, sicuramente stanco di essere trattato in quel modo. Vorrei avvicinarmi a lui, seduto ad un passo da me, e posare la mia mano sulla sua spalla: ma immagino il momento in cui i suoi occhi incontreranno i miei, e mi manca il coraggio. Mi guardo intorno e mi accorgo che ognuno ha lo sguardo da un'altra parte, chi sul giornale, chi fuori al finestrini del tram. Un ragazzo affianco a me si rivolge verso di lui:"Quella signora non stava bene con la testa, capito?", gli dice. Non so se abbia compreso davvero o no, ma scuote nuovamente la testa. Con aria umiliata.
    Il tram effettua una nuova fermata. Si tratta della mia.
    Si aprono le porte ed io sono lì davanti, pronto per scendere. Lo faccio lentamente, scuro in viso. Vorrei prendermela con il mondo, mentre riesco solo ad imprecare contro la mia vergogna.

    Non ho il coraggio
    di guardarti negli occhi
    amico negro,
    perchè bianca è la mia pelle
    e temo di recarti nuova offesa.
    […]
    Ma ho solo il coraggio
    di supplicare, a capo chino,
    il tuo perdono,
    amico negro.

    (tratto da "Amico negro" di Carlo Rovini)

    sabato 17 maggio 2008

    amici miei

    Seduti dietro il tavolo del soggiorno, stavamo dando un ultimo sguardo al progetto dell’organizzazione della prossima Festa dell’Unità. Ci stavamo lavorando da poco più di un’ora e già avevamo buttato giù qualche idea: Cristina mi aveva convocato a casa sua proprio per discuterne prima di sottoporre il progetto al nostro gruppo dei Giovani democratici. Ero arrivato in zona con più mezz’ora di anticipo, cosicché ne avevo approfittato per fare una passeggiata nelle isole pedonali, meravigliosamente deserte. Avevo costeggiato anche la sede pomiglianese degli scout dove, nel giardino, alcuni ragazzi muniti di pali e corde stavano facendo un’attività di campismo. Giunto all’appuntamento, e presa conoscenza del motivo di questo, ci eravamo messi subito a lavoro. Tra un’idea e l’altra, facevamo sovente qualche tuffo nel passato, come ormai facciamo ogni volta da quando ci siamo ritrovati, tre mesi fa. Ritrovati quasi per caso quando, navigando su internet, venni a scoprire che era diventata la più giovane eletta all’interno della Costituente nazionale del Partito democratico, a soli diciotto anni; mi misi subito alla ricerca di un modo per poterla contattare, finché riuscii a rintracciare una sua amica e il gioco fu fatto. Ed oggi ci ritroviamo ogni due per tre seduti intorno ad un tavolo, a promuovere attività per i giovani e a scherzare ricordando i tanti episodi accaduti quando anch’io ero uno scout.

    Le ho raccontato poco di ciò che mi è successo nell’arco di tempo in cui ci siamo perduti. Eppure ho tanta voglia di farlo, a poco a poco, un passo dopo l’altro, perché in fondo mi piace pensare che si stia instaurando un’amicizia più bella e più forte di prima.

    Stavo dando uno sguardo alla bozza, dicevo. Suona il campanello, Max si avvicina alla porta e comincia ad abbaiare. Cristina lascia il soggiorno e va ad aprire: entra un ragazzo. Altro, magro. Mi sembra di conoscerlo. No, mi sbaglio. O forse lo conosco davvero? Mi si avvicina, guardandomi con attenzione, scrutandomi negli occhi. Mi accorgo che anch’io sto facendo lo stesso. Il timbro della voce con cui dice qualcosa mi incuriosisce. Continua ad avvicinarsi, abbozzando un sorriso. Flashback. Mi tornano alla mente immagini di almeno sei anni fa. Tante, a raffica. Un susseguirsi di forme, colori, odori, emozioni riemergono. Mi rendo conto che ho appena ritrovato anche Alessandro. Sorrido, porgendogli la mano. Me la stringe. Ma che fa? Non la stringe? Cosa c’è che non va? Mi guarda come per dire “Dai, allora?”. Allora cosa? Guardo la mia mano, che stringe la sua. No, non posso stringerla, la mano non l’ha chiusa a dovere. Flashback. Otto anni fa fu proprio lui ad insegnarmi il saluto scout. Stringere la mano destra incrociando i mignoli. E adesso me lo stava porgendo. Come se il tempo non fosse passato. Come se non avessi lasciato mai il gruppo.
    Caspita, come se mi considerassero ancora uno di loro!
    Lo guardo nuovamente negli occhi, porgendogli la mano come facciamo.. noi scout. E, con un gran sorriso, sussurro un emozionato “Ciao, Alessandro…”.

    domenica 11 maggio 2008

    ormai

    digitalizzazione, capitolo terzo

    “Ormai!”, esclamai, quando la maestra rilesse ad alta voce la poesia che stavamo componendo. Lei era seduta tra un gruppo di banchi, vicini alla finestra. Io stavo forse in piedi, quasi alle sue spalle. Mai avrei immaginato che quell’esclamazione sarebbe stata trascritta, né tantomeno avrei pensato che quella stupida poesia sarebbe stata sottoposta ad una commissione di giuria. Me ne accorsi solo quando una domenica di maggio mi ritrovai in una sala comunale tra un gruppo di intellettuali: stavo seduto in prima fila, affianco a me c’era papà. Mi accorsi che la maestra era presente, seduta poche file più indietro. Eppure non capivo né cosa ci facesse lei né tantomeno per quale motivo mio padre mi ci avesse portato. Poi una signora cominciò a suonare uno strano strumento musicale. Enorme, di legno, lucidissimo. Aveva tantissime corde, che vibrando creavano una rilassante melodia. Fu lì che scoprii cosa fosse un’arpa e, ancora oggi, a vederla talvolta in televisione, mi ritorna in mente quella sala e quella gente. Un signore avanzò posizionandosi davanti agli ascoltatori, e cominciò a declamare.

    Ascoltai in silenzio, incredulo. Mi vergognai da morire quando pronunciò quell’”ormai!”: non volevo che mio padre sapesse che mi era dispiaciuto lasciare la città in cui ero cresciuto fino ad allora. Eppure, stupito, mi accorsi che non disse niente, e probabilmente si unì ad un applauso che neanche ricordo. Al termine mi fu consegnata una targhetta, mentre un signore continuava a scattarmi fotografie. Solo qualche anno dopo compresi che la giuria mi aveva premiato come “Autore segnalato”. E che non avevo vinto, come fui indotto a credere dal momento che i miei genitori da allora mi presentavano come un essere destinato a raggiungere a breve la perfezione (cosa di cui cominciai a credere).

    Quanto alla maestra Rosa, così come per la maestra Carolina, ammesso che proprio così si chiamasse, paradossalmente sono le insegnanti di cui ho meno ricordi, persi ormai(!) nell’oblio della memoria.

    Comune di Tavazzano con Villavesco. Concorso Nazionale di poesia.
    7 maggio 1995